Insieme per Borgo Roma - Beghelli

Cerca

Vai ai contenuti

Menu principale:


Un esempio vero: il Termovalorizzatore di Brescia

Le nostre cause in corso > Inceneritore di Verona - Ca' del Bue > Esempi reali: Brescia e Vedelago (TV)


PREMESSA

Gli inceneritori sono impianti principalmente utilizzati per lo smaltimento dei rifiuti mediante un processo di combustione ad alta temperatura (incenerimento) che dà come prodotti finali un effluente gassoso, ceneri e polveri.
Negli impianti più moderni, il
calore sviluppato durante la combustione dei rifiuti viene recuperato e utilizzato per produrre vapore, poi utilizzato per la produzione di energia elettrica o come vettore di calore (ad esempio per il teleriscaldamento).
Q
uesti impianti con tecnologie per il recupero vengono indicati col nome di inceneritori con recupero energetico, o più comunemente termovalorizzatori.


IL TERMOVALORIZZATORE DI BRESCIA

A Brescia, in prossimità della città, c'è uno dei termovalorizzatori più grandi d'Europa (ca. 750 000 tonnellate l'anno: il triplo di quello di Vienna) che soddisfa da solo circa un terzo del fabbisogno di calore dell'intera città (1100 GWh/anno). Il termovalorizzatore della ASM di Brescia, nonostante sia stato coinvolto in due violazioni di direttive europee, delle quali una a livello nazionale riguardante il CIP 6, sfociate anche in una condanna da parte dell'Unione Europea ( http://www.napoliassise.it/condannabrescia.pdf nel luglio 2007 e nello specifico riguarda la mancata Valutazione di Impatto Ambientale della terza linea di incenerimento) è stato proclamato a ottobre 2006, il «migliore impianto del mondo» dal WTERT (Waste-to-Energy Research and Technology Council), una associazione formata da tecnici, scienziati ed industrie costruttrici di tutto il mondo. Bisogna precisare che tra gli sponsor della WTERT fa parte anche la società Martin GmbH che è uno dei costruttori dell'impianto stesso.( http://www.seas.columbia.edu/earth/wtert/sponsor.html) In pratica i costruttori hanno premiato sè stessi. Il WTERT ha selezionato inizialmente venti impianti di tutto il mondo, tra i quali ha scelto i dieci migliori: 6 europei e 4 americani. Dei tre finalisti, il migliore in assoluto è risultato il termovalorizzatore della ASM. La scelta è stata il frutto dei risultati ottenuti dall’impianto bresciano non solo rispetto a salubrità e sicurezza dell’impianto, alla sua efficienza energetica e alla sua gestione, ma anche rispetto alla complessiva gestione del ciclo dei rifiuti, a monte e a valle del termovalorizzatore.
Da notare che la produzione di Rifiuti Solidi Urbani (RSU) della provincia di Brescia è minore della capacità dell'impianto, per cui per far funzionare a pieno regime i forni devono essere reperite circa 200 000 tonnellate l'anno di rifiuti di altra provenienza e/o tipologia. (Wikipedia)

TRE ANNI DOPO.... ecco quali sono i risultati per l'Ambiente...
( articolo di Marco Niro pubblicato su QT N.6, giugno 2009)

Gli inceneritori uccidono

Ormai le evidenze abbondano e i principi di precauzione e prevenzione dovrebbero suggerire la messa al bando degli inceneritori. Di quelli vecchi come di quelli nuovi. Parla il dott. Celestino Panizza, medico per l’ambiente di Brescia, dove opera l’inceneritore più grande d’Europa.

di Marco Niro


La ricerca di un medico capace di esprimersi in modo autorevole e deciso sul danno sanitario degli inceneritori mi porta fuori provincia, a Brescia, essenzialmente per due motivi. Da una parte, perché in Trentino, a parte qualche eccezione rappresentata da medici-amministratori (il sindaco di Centa San Nicolò dottor Roberto Cappelletti e l’assessore all’ambiente di Lavis dottor Lorenzo Lorenzoni), i medici trentini finora non hanno trovato di meglio che prendere atto della volontà di costruire l’inceneritore (è accaduto nell’estate 2008, vedi QT 16/2008). Dall’altra parte, perché dire Brescia, parlando d’inceneritori, significa riferirsi all’ambito di osservazione più importante, perché a Brescia opera dal 1996 l’inceneritore più grande d’Europa, un mostro che brucia 800.000 tonnellate l’anno di rifiuti.

A Brescia, quindi, vado a incontrare il dottor Celestino Panizza. Medico specializzato in Medicina del lavoro presso l’Università di Pavia e Statistica medica ed epidemiologia presso l’Università di Pavia, il dottor Panizza lavora come medico del lavoro all’Asl di Brescia. Membro dell’Associazione Medici per l’Ambiente, da tempo mette a disposizione le proprie competenze professionali per fornire sostegno alle organizzazioni impegnate nella lotta all’inquinamento e nella difesa della salute.


Dottor Panizza, dell’impatto sanitario degli inceneritori si parla poco e male, e il pubblico è impossibilitato ad orientarsi, tra un Veronesi che dice in prima serata televisiva che l’impatto sanitario degli inceneritori è pari a zero ed evidenze che dimostrano ben altro...

Il caso di Veronesi è emblematico. La propaganda inceneritorista ha utilizzato un medico di fama, che ha competenze relative alla cura dei tumori, e non alla loro prevenzione, per far passare il concetto che l’inceneritore non è rischioso. Il meccanismo usato da chi con gli inceneritori fa i soldi è sempre quello: comprare le università e i centri di ricerca, finanziandoli, affinché essi, al termine dei vari studi epidemiologici, pronuncino la frase magica: ‘il dato non è conclusivo’. Ovvero, non si nega che gli impatti sanitari possano esserci, ma si enfatizza l’incertezza epidemiologica, affermando che le evidenze non permettono di legare con certezza quegli impatti all’incenerimento. È stato fatto per anni anche dagli studi, prezzolati dall’industria del tabacco, sui danni da fumo di sigaretta: ‘non c’è evidenza che provochi il cancro’, si continuava a ripetere...

Non esistono quindi studi epidemiologici che permettano con certezza di rilevare gli impatti sanitari degli inceneritori?

Non ho detto questo. Decine e decine di studi, condotti per indagare le ricadute delle emissioni inquinanti degli inceneritori sulla salute delle popolazioni residenti intorno ad essi, hanno evidenziato numerosi effetti avversi alla salute dell’uomo, sia tumorali che non.

Ce ne può indicare qualcuno?

Certamente. Tra i più recenti, possiamo ricordarne quattro. Lo studio effettuato nel 2007 in provincia di Venezia dal Registro Tumori dell’Istituto Oncologico Veneto è la più convincente dimostrazione esistente in letteratura di un aumento di rischio di cancro associato alla residenza vicino a inceneritori: esso evidenzia come il rischio aumenti di 3,3 volte fra i soggetti con più lungo periodo e più alto livello di esposizione.
Sempre nel 2007, lo studio “Enhance Health Report”, finanziato dalla Comunità Europea e condotto per l’Italia nel comune di Forlì, dove operano due inceneritori, ha portato a evidenze significative rispetto al sesso femminile: in particolare si è registrato un aumento della mortalità tra il +17% e il +54% per tutti i tumori, proporzionale all’aumento dell’esposizione; e questa stima appare particolarmente drammatica perché si basa su un ampio numero di casi - 358 decessi per cancro tra le donne esposte e 166 tra le non esposte - osservati solo nel periodo 1990-2003 e solo tra le donne residenti per almeno 5 anni nell’area inquinata.
Nel 2008, poi, uno studio francese condotto dall’Institut de Veille Sanitarie ha rilevato un aumento di tumori di tutte le sedi nelle donne e, in entrambi i sessi, dei linfomi maligni, dei tumori del fegato e dei sarcomi dei tessuti molli.
Da ricordare infine
il 4° Rapporto della società Britannica di Medicina Ecologica, anch’esso del 2008, che nelle molte e documentate considerazioni ricorda come nei pressi degli inceneritori si riscontrino tassi più elevati di difetti alla nascita e di tumori negli adulti e nei bambini.

Una situazione allarmante. E a Brescia avete evidenze dell’impatto sanitario dell’inceneritore più grande d’Europa?

Il Registro Tumori segnala in provincia di Brescia un tasso d’incidenza tumorale tra i più alti del Nord Italia, ma non c’è modo di imputare all’inceneritore questa circostanza. Di studi epidemiologici sull’esposizione alle emissioni dell’inceneritore bresciano non ce ne sono, e del resto sarebbero inutili...

In che senso?

Nel senso che l’inceneritore di Brescia si trova in città, tra innumerevoli altre fonti che emettono sostanze inquinanti: voler rilevare l’impatto dell’inceneritore sarebbe quindi come voler individuare l’onda più alta in un mare in tempesta. Tuttavia, due fatti del recente passato ci permettono di identificare nell’inceneritore di Brescia un pericoloso produttore di diossine, sostanze tra le più dannose per la salute.

Ovvero?

Nel 2007 l’Istituto Superiore di Sanità ha misurato le diossine del tipo PCDD-F presenti nell’aria di Brescia per condurre la valutazione del rischio nel contesto delle indagini sul sito inquinato di rilevanza nazionale Brescia-Caffaro. L’indagine è stata condotta nel mese di agosto, quando sono ridotte le condizioni di traffico e le principali fonti d’immissione industriali, eccetto l’inceneritore, che funziona regolarmente anche in quel mese e insiste nella zona oggetto dello studio. Ebbene, il confronto con altre misurazioni, condotte negli ultimi anni in diverse località nella stagione estiva, mostra chiaramente come le concentrazioni di diossine nell’aria di Brescia siano le maggiori, con quantitativi almeno tripli.

E l’altro fatto?

Nel 2008 la Centrale del Latte di Brescia ha riscontrato presenza di diossine del tipo TCDD-F-PCB nel latte proveniente da sette aziende agricole ubicate nel territorio a sud di Brescia, proprio nei pressi dell’inceneritore. Il latte rifiutato dalla Centrale del Latte aveva tossicità equivalente ben oltre i limiti di soglia: tra i 6,5 e gli 8 picogrammi di diossine per grammo di grasso, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda per l’uomo il limite di un picogrammo per chilo di peso corporeo al giorno. Vale a questo punto la pena di ricordare che le diossine sono bioaccumulabili, ovvero si accumulano all’interno di un organismo in concentrazioni crescenti man mano che si sale di livello nella catena alimentare. È questo il motivo per cui è verosimile che il latte delle mucche alimentate con foraggio raccolto nel terreno soggetto a ricaduta dell’inceneritore sia risultato contaminato da tali sostanze.

Quello che lei riferisce dovrebbe indurre a fermare qualunque progetto di costruzione di un inceneritore. Ma già immaginiamo che chi vuole incenerire abbia la risposta pronta: “Questi dati si riferiscono agli inceneritori di vecchia generazione, noi costruiremo inceneritori di nuova...”

Vengono a dirci che i livelli delle emissioni dei nuovi impianti, che adottano le cosiddette “migliori tecnologie disponibili”, sarebbero di molto contenuti rispetto ai vecchi. Tralasciando che le migliori tecnologie, valutate dalla stessa industria secondo criteri di economicità, hanno già dimostrato di non presentare sufficienti garanzie sul versante dei sistemi di abbattimento, resta in ogni caso da tener presente che le concentrazioni delle emissioni ottenute applicando le migliori tecnologie sono allineate con i valori limite stabiliti dalle normative, i quali purtroppo non garantiscono di per sé la salute: basti pensare che il limite alla diossina stabilito dall’Unione Europea è mille volte superiore a quello stabilito dall’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente statunitense. E poi va ricordato un punto fondamentale: in realtà i controlli sulle emissioni sono oggi alquanto problematici.

Per quale motivo?

Da un lato, perché essi sono sostanzialmente eseguiti in regime di autocontrollo dagli stessi gestori degli impianti, dall’altro perché sono in effetti inadeguati a monitorare le effettive quantità emesse. Uno studio recente ha rilevato che in fase di accensione (quando non è monitorato), un inceneritore produce in media, nell’arco di un periodo di 48 ore, il 60% delle emissioni annuali totali di diossine prodotte quando è a regime. Anche durante lo spegnimento e il periodo di messa in servizio degli inceneritori (altri momenti in cui le emissioni non vengono controllate), si possono produrre livelli molto più elevati di diossine. E non si pensi che spegnimenti e accensioni siano rari: a Brescia la manutenzione li richiede un paio di volte l’anno.

Insomma, par di capire che ci sono ragioni per diffidare anche degli inceneritori di nuova generazione.

La limitata disponibilità di dati scientifici e di evidenze epidemiologiche sull’impatto sanitario dei moderni impianti non coincide con una mancanza di evidenza: il principio di precauzione induce ad attenersi a linee di maggiore prudenza. Di contro, le evidenze tossicologiche e sperimentali ormai assodate, e relative ad inquinanti oggettivamente emessi, come le diossine, non consentono certo deroghe all’obbligo della prevenzione. La storia del confronto tra vecchi e nuovi inceneritori ricorda quanto afferma l’autorevole epidemiologa Devra Davis nel libro “La storia segreta della guerra al cancro”, a proposito delle sigarette: quando la marea d’informazioni sui pericoli del tabacco cominciò a montare, le industrie cambiarono musica, diffondendo l’idea che forse le sigarette vecchie erano pericolose, ma quelle nuove, col filtro, sarebbero state gustose e salubri...
(MARCO NIRO)

00000 00000 00000 00000 00000

( articolo di Marino Ruzzenenti pubblicato su "ECCE TERRA" il 31 dicembre 2009)

Emissioni di diossine dall’inceneritore A2A
10 volte quelle propagandate per un decennio

Emergenza diossine.

di Marino Ruzzenenti


Dall’analisi della Relazione dell’Arpa, nell’ambito dei controlli istituzionali previsti dall’Autorizzazione integrata ambientale, (Arpa Brescia, Attività ispettiva ai sensi del D.lgs 18 febbraio 2005 n. 59 e s.m.i. stabilimento a2a spa via Malta 25r di Brescia (Bs). Relazione tecnica, 28 settembre 2009) il dato più rilevante che emerge è che le misurazioni certificate dall’Arpa di Brescia sui microinquinanti (ma in generale su tutte le emissioni) danno risultati di concentrazioni mediamente superiori di 10 volte rispetto a quelle rilevate in passato, nel corso di dieci anni dall’istituto Mario Negri e pubblicizzate dai Rapporti Otu, nonché dalla propaganda di Asm.
Questi sono i risultati certificati dall’Arpa nel 2009:
“La distribuzione media della concentrazione di PCDD/F nelle emissioni convogliate della linea M2 risulta essere di
0,02 ng/Nmsu i tre campionamenti condotti”. (p. 33)
“La distribuzione media della concentrazione di PCDD/F nelle emissioni convogliate della linea M1 risulta essere
0,16 ng/Nm, 0,04 ng/Nme 0,03 ng/Nm”. (p. 36) In questo caso l’Arpa ha rilevato addirittura un dato di 0,16 ng/Nm, superiore ai limiti di legge (0,10 ng/Nm), che però si è affrettata a non convalidare [?]:
“La distribuzione dei dati delle analisi condotte sulla linea 1 mostra che il campione ARPA Mi 4381 0,16 ng/Nm presenta una concentrazione non omogenea con i successivi campioni rispettivamente di 0,04 ng/Nm3 e 0,03 ng/Nm3”.(p. 36) “
Questo andamento atipico con un primo valore che è 4 volte superiore al secondo valore e 5 volte al terzo valore ha posto la necessità di un approfondimento al fine di convalidare il dato. […] non si può escludere con certezza che il valore 0,16ng/Nm3 possa essere collegato ad un potenziale effetto memoria relativo alla strumentazione utilizzata per il prelievo. Per tali motivazioni tale dato non è stato considerato nell’analisi di conformità non potendone garantire la correttezza”. (p. 38)
A questa situazione per nulla tranquillizzante andrebbero aggiunti i PCB diossina simili (PCB-dl), ormai pacificamente considerati analoghi sul piano tossicologico alle diossine, tenendo conto che è la stessa Arpa ad evidenziarne la presumibile presenza nelle emissioni facendo quindi intendere che anche questi dovrebbero essere sommati alle diossine in senso stretto: “
Si evidenzia la presenza di PCB-dl nelle polveri dei presidi di abbattimento, quest’ultimi possono essere indice di presenza degli stessi nelle emissioni convogliate” (p. 25), per cui la stessa Arpa prescrive: “Dovrebbe essere inserita la valutazione analitica dei PCB totali e dei dioxin-like” (p. 104).
Comunque, a parte quel valore anomalo ed allarmante perché superiore ai limiti di legge, ciò che interessa è che
Arpa certifica e convalida concentrazioni nelle emissioni di diossine oscillanti tra 0,02 ng/Nme 0,04 ng/Nm (molto vicine al limite di legge, probabilmente superato se si conteggiassero anche i PCB-dl), concentrazioni mediamente almeno 10 volte superiori a quelle attestate dal Mario Negri per i rapporti Otu, che, come si evince dall’estratto del Rapporto Otu 2006-2007 sotto riportato, si collocano in un range tra 0,00035 ng/Nme 0,0058 ng/Nm
Qui sopra sono state riportate anche le concentrazioni degli IPA, per dimostrare come l’Istituto Mario Negri nei Rapporti Otu in generale sottostimi di oltre 10 volte le concentrazioni degli inquinanti rispetto alle rilevazioni certificate dall’Arpa: il Negri attesta concentrazioni tra tra 0,32 e 30 ng/Nm, mentre l’Arpa tra 200 e 1.000 ng/Nm (Arpa Brescia, certificati di analisi nn.A2A/07/08, A2A/08/08, A2A/09/08, , A2A/13/08 A2A/14/08, A2A/15/08).
Analogamente ciò si verifica anche per i metalli.
Tra l’altro l’
Arpa rileva che A2A si è sottratta alla prescrizione formale di rendere “disponibili i dati di monitoraggio in continuo all’ingresso impianto e/o su Internet” (p. 111).
Le problematiche emerse, in particolare lo sforamento alla linea 1, hanno suggerito all’Arpa di procedere ad ulteriori controlli sulle emissioni di diossine su tutte e tre le linee, da affidare ancora una volta all’Istituto Mario Negri. (Arpa,
Verbale di verifica ispettiva del 29 luglio 2009)
Sta di fatto che a oltre 10 anni di funzionamento dell’inceneritore non sappiamo ancora quante diossine effettivamente escano dall’impianto, scopriamo che improvvisamente sono oltre 10 volte quelle sempre propagandate, e forse più. Ancora una volta
la struttura pubblica demanda i controlli ad un ente privato, il Mario Negri, notoriamente favorevole alla tecnologia dell’incenerimento, che ha attestato in passato quei dati che oggi risulterebbero clamorosamente sottostimati.
La Delibera regionale autorizzativa dello stesso inceneritore stabiliva “di demandare, per quanto di propria competenza, all’Ente responsabile per il servizio di Rilevamento dell’inquinamento atmosferico di Brescia [ovvero l’Arpa] la verifica ed il controllo dell’adempimento da parte dell’azienda di quanto riportato nel deliberato,
mediante la costituzione di apposita struttura tecnica qualificata(Delibera G. R. L. n. 40001 del 2 agosto 1993, punto 11b).
Non è accettabile che, con le criticità emerse nella visita ispettiva, l’Arpa non si assuma direttamente in proprio i campionamenti e le misurazioni delle diossine. Se non lo facesse verrebbe meno del tutto la credibilità delle istituzioni ed in generale dei sistemi pubblici di controllo delle emissioni inquinanti.


L’incendio dei rifiuti stoccati

Dalla relazione tecnica dell’Arpa veniamo a sapere che i Vigili del fuoco sono intervenuti in data “19 febbraio 2009 presso l’impianto di incenerimento rifiuti gestito da A2A a seguito di segnalazione di un incendio in atto […] che si sarebbe originato all’interno del bunker di conferimento rifiuti(p. 78) “I VV.FF. di Brescia evidenziano come causa di radice dell’innesco dell’incendio il setto di separazione posto all’interno della vasca rifiuti, altresì evidenziano che lo stesso ha protratto i tempi di intervento e di estinzione dell’incendio”. (p. 101).
Al di là dell’episodio, in sé grave e preoccupante, va fatto notare che, sulla base della relazione dei VV. FF, l’Arpa nelle prescrizioni conclusive avanza la proposta di “
Valutare la possibilità di eliminare il setto di separazione fisica” (p. 104).
Va ricordato che quel setto venne inserito in seguito all’iniziativa di contrasto all’avvio della Terza linea promossa dal Comitato Ambiente Città di Brescia e dall’Associazione Cittadini per il riciclaggio: il Comune di Brescia ed Asm tentavano così maldestramente di avvalorare la finzione delle presunte “bomasse”, in realtà rifiuti speciali, da destinare alla Terza linea anche al fine di sottrarsi all’obbligo di Via, tentativo, come si sa, fallito con la sentenza di condanna della Corte di giustizia europea del 5 luglio 2007. Togliendo quel setto, come propone l’Arpa, cadrebbe anche l’ultimo velo che ingannevolmente ha alimentato l’imbroglio delle cosiddette “”biomasse” e della Terza linea presunta “buona”.
La questione del setto, peraltro, si ricollega a tutto il dibattito seguito al Commissariamento da parte della Regione del Piano rifiuti provinciale con l’imposizione di aprire la terza linea agli urbani.

Rifiuti urbani e speciali: il problema di un impianto sovradimensionato ed inutile

La stessa Arpa, nella Relazione citata, pone una serie di problemi relativi al mix oggi presente nelle prime due linee tra rifiuti urbani e speciali, problemi che investono in generale il futuro dell’inceneritore Asm-A2A. ne citiamo i passaggi più significativi:
“- Priorità dello smaltimento dei rifiuti urbani rispetto agli speciali:
É sempre garantita la priorità all'urbano. Infatti il piano settimanale energetico tiene conto delle quantità di urbano conferito nelle ultime tre settimane, del particolare periodo dell'anno (Natale, Pasqua, ove il rifiuto aumenta di potere calorifico), completando il fabbisogno di produzione energetica con i rifiuti speciali. Nei periodi invernali aumenta la % di speciali al fine di compensare la richiesta energetica della rete del teleriscaldamento.
-
Controllo dei rifiuti avviati ad incenerimento, in particolare l’accertamento delle procedure mirate alla verifica dell’impossibilità di recupero di materia dai rifiuti ricevuti:
Non vi sono procedure in essere in tal senso, in quanto la ditta imputa alla filiera, in particolare al recuperatore del rifiuto speciale, l’onere di verificare se dai rifiuti conferiti vi sia la possibilità di recuperare materia.

Considerazioni:

In relazione alla necessità di garantire la priorità di trattamento dell'urbano rispetto ai rifiuti speciali, nei periodi invernali, è parere degli scriventi che l’attuale configurazione gestionale può penalizzare tale aspetto se l’aumento % di speciali inceneriti corrisponde ad una riduzione di pari entità dei rifiuti urbani. Venga predisposta apposita procedura per evitare la condizione in ipotesi.(p. 74)
Il rispetto dei parametri analitici, in particolare della % di Cloro contenuta in matrice dei rifiuti speciali, deve essere garantita prima del conferimento in fossa e comunque prima delle operazioni di miscelazione. In particolare per i rifiuti contenenti una frazione in plastica (ad esempio 030307 [
pulper di cartiera, le cosiddette “biomasse”. NdA], 150102 [imballaggi in plastica. NdA], 150106 [imballaggi in più materiali. NdA], 191212 [altri materiali prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti, non pericolosi. NdA]) dovranno essere previste le modalità di campionamento mediante l'approntamento di un piano conforme alla norma UNI 10802:2004 [Test di cessione All. 2 DM 03.08.2005. NdA].
Si ritiene necessario implementare la PROV.28 (Procedura di accettazione rifiuti in ingresso all’inceneritore a2a) in relazione alla necessità di accertare la possibilità di recupero di materia dai rifiuti conferiti, in particolare tale necessità riguarda i CER 020104 [rifiuti di plastica. NdA], 150101 [carta e cartone. NdA], 150102 [imballaggi in plastica. NdA], 150103 [imballaggi di legno. NdA], atteso che la dichiarazione dell'impianto intermedio di trattamento deve essere comunque verificata dall'impianto a2a” (p. 75).
In sostanza l’Arpa, da un canto raccomanda che nelle prime due linee non vi sia “una riduzione di pari entità dei rifiuti urbani” conferiti, se compensata da un aumento degli speciali: il che significherebbe dover mantenere lo stesso afflusso abnorme di rifiuti urbani e bloccare qualsiasi politica di riduzione dei rifiuti e di aumento della raccolta differenziata, così come previsto dal Piano provinciale rifiuti (70% di Rd nel 2016). Insomma, qui, Arpa sembrerebbe dare un sostegno all’esigenza di A2A di mantenere alto lo smaltimento degli urbani, perché remunerativo, in sintonia con il Commissariamento voluto dalla Regione Lombardia. Sembra andare in questa direzione anche il rilievo sulla problematicità dei rifiuti speciali bruciati nell’inceneritore, sia nelle prime due linee che nella terza, “contenenti frazioni plastiche”, per i quali viene prescritta una caratterizzazione all’ingresso (che sembrerebbe oggi assente) per tenerne sotto controllo la % di Cloro, all’origine delle diossine. Osservazione corretta e che conferma quanto abbiamo sempre sostenuto per sfatare la favola delle presunte “biomasse”.
Nel contempo, però,
Arpa non può fare a meno di osservare che in particolare alcune categorie di rifiuti speciali (carta, cartone, plastica, legno) avviate all’inceneritore, potrebbero (noi diciamo: dovrebbero) essere più utilmente riciclate. Dunque riemerge con grande evidenza il problema originario di un impianto sovradimensionato, che per poter continuare a funzionare a pieno ritmo richiede che non decolli la raccolta differenziata degli urbani, che anzi il conferimento di questi possibilmente aumenti, e che si brucino rifiuti speciali che potrebbero più utilmente essere recuperati come materia.
Forse la cosa più saggia sarebbe, a questo punto, programmare un graduale spegnimento della megamacchina dello spreco!


Brescia 31 dicembre 2009

(MARINO RUZZENENTI)

Home Page | Chi siamo | COMUNICATI STAMPA | Dati di fatto | Le nostre cause vinte | Le nostre cause in corso | Le Circoscrizioni di Verona Sud | Azioni a Bruxelles | VOLANTINI distribuiti | APPELLI e Lettere spedite | DOCUMENTI | Altri Comitati collegati | SEGNALAZIONI dei Cittadini | SCRIVICI | Disclaimer e note legali | Sponsor | Mappa del sito


Menu di sezione:


Torna ai contenuti | Torna al menu